FROM PIETRO LOMBARDI TO THE BAR OF THE MODERN ART GALLERY BY PASSING FOR CLAUDIO BAGLIONI

On Sunday mornings I prefer it, on early when it is cold, the climb prevents you from lengthening the pass, on the right beyond the tufa parapet you start to see Villa Giulia with the Vignola façade and the roof pitches, the difference in height and the parapet turns into a marble seat, sometimes the priests use it to tie their shoes, on the left, monumental buildings of the 40s and 50s, arriving at the intersection with via Gramsci, the white façade of the building on the corner makes a curve like Palazzo Massimo of the Peruzzi, at the base, bush-hammered marble with bas-reliefs, today a Jaguar xk coupè Monte Carlo Rally of the fifties bordeaux color is parked along the street in front of the entrance, the flush windows without balconies interrupt the smooth surface without disturbing it, a crown with gable overcome the head of the monument, the attic houses steel structures with cables that allow the white sails to stretch to shade, a refined detail very much that accentuates even more the work of Pietro Lombardi, one of the last Roman architects who graduated as professor of Architecture at the Academy of Fine Arts in Rome in 1920.

Author of the refined intervention say both the singer Claudio Baglioni, a graduate of Del Debbio School of Architecture who remembers the Foro Italico by the same, as satisfaction, from his penthouse as well as see one of the most beautiful and fertile areas of Rome below the architectural profile, has the opportunity to look at their school, that school that has formed the generation of designers who have been part of post-war architectural Neorealism.

Face to the right, Via Gramsci begins, I pass the Institute of Japanese culture, the entrance of the Faculty today, I arrive at Piazzale Churchill, the British School at Rome of Lutyens with its neoclassical reinforced concrete structure and facing Villa Borghese with its Academies.

Two cars stop, an elegant lady in a blue and white dress falls down from the big German sportswoman, she heads towards an adult man who has a hunting dog on a leash that jumps down from a small car for the countryside, in the silence agree for an appointment, in the car of this a small dog begins to bark in the passenger compartment muffled by leather and light carpeting, she hastily reaches him and accelerates in an instant disappears behind the curve of the cafe of the Arts.

They make a good coffee, the bar is housed in an extreme wing of the Bazzani Gallery of Modern Art son of the set designer, designer of the nearby Circolo Canottieri Aniene, of the Gran Madre di Dio church in Ponte Milvio and of great public works throughout Italy . The outdoor area was covered with curtains and covered with wrought iron tables with marble floors, the imposing stairs lead to a glass door about six meters high from which a long-line elderly with marked features comes out with two small dogs on a leash combed and shiny. The ceilings and the size of the rooms make you feel small, through the windows you can see the works displayed in the adjacent halls, the cashier releases the receipt with sufficient air, sleepy foreigners occupy the tables of the great room with juices and croissants, the glazed façade interrupted by Corinthian columns, it acts as a counter to the colored bottles of spirits in front of the mirrors and the pictorial panels coming from the Italian pavilion of a 900 Expo.

The counter for drinks is small, the workbench is old and rotten, the banquets dressed in an economic manner with uncultivated beards remember the faces of Pasolini, they are old and nervous, they do not speak, they grumble, the maids improvised but scolding constantly complain and you turn around with the trays disturbing the breakfast, the fly draws squares in mid-air while an elderly couple enters with a soft toy on a leash that sniffs and punctually licks the marble floor in search of food, a couple of sparrows turn between the tables stealing the crumbs.

The manager with the usual gray suit, two sizes bigger, moves the air with his short, fluttering pants, taking care of nothing, the decadence is the master, at the back of the room they prepare a few chosen lunch that they can consume by watching a still life of Morandi or a portrait of Boccioni, framed first by the big doors that from their own frames, including flies, dog hairs and bird feathers.

A real Parisian bistro of the nineteenth century one of those places where great artists of the time met to drink and talk about art among rich vicious and prostitutes, as in the painting of “The bar of the Folies-Bergère di Manet”, the waiters from the sad look and from the lives full of regrets they watch and listen to their customers and live their lives, as Suzon does, the protagonist of the picture that imprisoned in a vortex of tiredness and alienation does not like the work that is forced to to make a living, just as she does not like the ambiguous and disquieting world of the bar patrons, in which she found herself against her heart and thinking about her plump face and lost look, I come out of this place realizing that the word democracy has approached the social classes that have however remained at a safe distance stratified over time.

 

DA PIETRO LOMBARDI AL BAR DELLA GALLERIA D’ARTE MODERNA PASSANDO PER CLAUDIO BAGLIONI

La domenica mattina lo preferisco, sul presto quando è freddo, la salita ti impedisce di allungare il passo, a destra oltre il parapetto di tufo inizi a scorgere Villa Giulia con la facciata del Vignola e le falde dei tetti, il dislivello aumenta e il parapetto si trasforma in un sedile di marmo, a volte i preti lo usano per allacciarsi le scarpe, a sinistra, palazzi monumentali del 40 e del 50, arrivo all’incrocio con via Gramsci, la facciata bianca dell’edificio all’angolo fa una curva come palazzo Massimo del Peruzzi, alla base, marmo bocciardato con bassorilievi, oggi una Jaguar xk coupè Monte Carlo Rally degli anni cinquanta colore bordeaux è parcheggiata lungo strada difronte all’ingresso, le finestre a filo senza balconi interrompono la liscia superficie senza disturbarla, una corona a timpano incappella la testa del monumento, l’attico ospita delle strutture in acciaio con cavi che permettono a delle bianche vele di distendersi per ombreggiare, un dettaglio raffinatissimo che accentua ancora di più l’opera di Pietro Lombardi, uno degli ultimi architetti romani che si diplomò professore di Architettura all’Accademia di Belle Arti di Roma nel 1920.

Autore del raffinato intervento dicono sia il cantante Claudio Baglioni, laureato presso la Scuola Regia di Architettura di Del Debbio che ricorda il Foro Italico ad opera dello stesso, quale soddisfazione, dal suo attico oltre a vedere una delle zone di Roma più belle e feconde sotto il profilo architettonico, ha la possibilità di guardare la propria scuola, quella scuola che ha formato la generazione dei progettisti che hanno fatto parte del Neorealismo architettonico del dopoguerra.

Volto a destra, inizia Via Gramsci, supero l’Istituto di cultura Giapponese, l’ingresso della oggi Facoltà, arrivo a piazzale Churchill, la British School at Rome di Lutyens con la sua struttura in cemento armato neoclassicheggiante e di fronte Villa Borghese con le Accademie.

Due auto si fermano, una signora elegante con un abito dai colori bianco e blu scende dalla sportiva tedesca di grossa cilindrata, si dirige verso un uomo adulto che ha al guinzaglio un cane da caccia che salta giù da una utilitaria per la campagna, nel silenzio si accordano per un appuntamento, nell’auto di questa un piccolo cane inizia ad abbaiare nell’abitacolo ovattato da pelle e moquette chiare, lei frettolosamente lo raggiunge e accelerando in un istante sparisce dietro la curva del caffè delle Arti.

Fanno un buon caffè, il bar è ospitato in un’ala estrema della Galleria d’Arte Moderna del Bazzani figlio dello scenografo, progettista del vicino Circolo Canottieri Aniene, della chiesa Gran Madre di Dio a Ponte Milvio e di grandi opere pubbliche in tutta Italia.  Lo sazio all’aperto è stato coperto da tende e tappezzato da tavolini in ferro battuto con piani marmorei, le imponenti scale fanno raggiungere una porta a vetri alta circa sei metri da cui un anziano longilineo dai lineamenti marcati esce con due piccoli cani al guinzaglio pettinati e lucenti. I soffitti e le dimensioni degli ambienti ti fanno sentire piccolo, attraverso le vetrate si vedono le opere esposte nei saloni adiacenti, la cassiera rilascia lo scontrino con aria di sufficienza, stranieri assonnati occupano i tavoli della grande sala con spremute e croissant, la facciata vetrata interrotta da colonne corinzie fa da contro altare alle bottiglie colorate degli alcolici davanti agli specchi e ai pannelli pittorici provenienti dal padiglione Italia di un Expo del 900.

Il bancone per le consumazioni è piccolo, il banco di lavoro è vecchio e marcio, i banchisti vestiti in maniera economica con barbe incolte ricordano le facce pasoliniane, sono anziani e nervosi, non parlano, brontolano, le cameriere improvvisate ma scaltre si lamentano di continuo e ti girano intorno con i vassoi disturbando la colazione, la mosca disegna quadrati a mezz’aria mentre una coppia attempata entra con un peluche al guinzaglio che puntualmente annusa e lecca il pavimento marmoreo in cerca di cibo, un paio di passeri girano tra i tavoli rubando le briciole.

Il direttore con il solito vestito grigio più grande di due taglie muove l’aria con i suoi pantaloni corti e svolazzanti occupandosi di niente, la decadenza la fa da padrona, in fondo alla sala preparano il pranzo  di pochi eletti che prenotando potranno consumare guardando una natura morta di Morandi o un ritratto di Boccioni, incorniciati prima dalle grandi porte che dalle proprie cornici, tra mosche, peli di cani e piume di uccelli.

Un vero bistrot parigino dell’800 uno di quei posti in cui i grandi artisti dell’epoca si incontravano per bere e parlare di arte tra ricchi viziosi e prostitute, come nel dipinto de “Il bar delle Folies-Bergère di Manet”, i camerieri dallo sguardo triste e dalle vite piene di rimpianti guardano e ascoltano i propri clienti e vivono delle vite di questi, come fa Suzon, la protagonista del quadro che imprigionata in un vortice di stanchezza e di alienazione non le piace il lavoro che si ritrova costretta a fare per guadagnarsi da vivere, così come non le piace il mondo ambiguo e inquietante degli avventori del bar, nel quale si è ritrovata suo malgrado e pensando al suo viso paffutello e al suo sguardo perso, esco da questo posto rendendomi conto che la parola democrazia ha avvicinato le classi sociali che sono comunque rimaste ad una distanza di sicurezza stratificata nel tempo.

 

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THE BORDER

I look from above the border of concrete panels and barbed wire that divide me from the city, in the morning animated figures hurriedly cross the access shack one after the other, as happens in all the factories.

Inside, the external areas of aggregation are non-existent, retaining walls serve as benches, the only chairs are those in offices, collection points, those for evacuation in case of fire.

Meals are consumed in a large room, served on trays, the environment is aseptic for hygiene, food products of dubious origin have no faded flavors and colors.

The paths between the sheds and the buildings with the ruined facades are neglected and badly kept, here and there someone on external security stairs smokes or is on the phone, workers in the uneven lanes move goods, shouting loudly.

The executive building is a block of irons with concrete panels and glasses without design, no filtering spaces, bathrooms close to the offices, in the corridors, cups of the toilet in plain sight with users who put their clothes in place after having carried out their vital functions, the intimacy between strangers becomes so strong that over time you get used to it, you get used to the smells, the perfumes, the smell of urine and feces that in summer pass through the doors and windows, to the sweat acre that collects in the wake of the corridors, bacteria and winter microbes that you receive or gifts as Christmas gifts.

You get used to the times, the same faces, the different characters, the different forms and human proportions, they absorb and transmit neurosis, you look at passing people who will never be greeted with whom even less we will talk and we will never know anything , but we will see them every day but not because we have chosen them but because someone has chosen us all, but the choice how it happened ..?

What kind of choice will there ever be for a place that could be compared to an airport, a place where you can go through a bag with a daily bag and leave nothing, a place where life is missing, the propensity to stay good job morale, for this, many start to hang on the walls of their office corner photographs, trinkets, writings, puppets, plants, something that speaks of them and their lives, while others on the contrary do not leave any trace, even of their daily passage.

These, I think I have understood are the sufferers, those who have not yet fully accepted why they cross the border every morning, if they ask but I think they can not give an answer, a response that justifies their daily presence in a place that so designed resets the ambitions and slowly retreat more and more in their world, isolating, will continue to enter and leave the hut any morning and every night but no one will ask why this isolation since it will play, will be cataloged as less competitors, one less problem, then, they will also work less and less and in the end, they will be seen as less working bonuses to be delivered at the end of the year, and insured savings will be very important.

The distortions, the architectural and “urbanistic” errors, the selections of the summary and approximate staff together with the daily routine, over time contribute to amplify the negative character sides in every single subject, the selfishness with their derivatives take over and cross without making them more account in assuming derogatory behaviors that then express during the days with small and large thefts, falsehoods, betrayals, distortions of reality, unnecessary chatter, scars of various kinds and types to things and people.

Every single person begins to believe that others, around, must accept his abuses, the abuse takes the upper hand, many things take for granted, behaviors are worse than in the family, as for these, the family, with the time becomes the place of work and this happens at all levels, from the worker to the director, in the same way, many, desperate, even create a double family.

As in the suburbs of large cities, the malaise of the residents is readable in the destruction of those few existing service structures, in the vandalism written on the walls, in the dirt, neglect, the state of abandonment, in all those things that aggravate the inequality the social investment of the individuals, the money invested by the governments to improve the situations are always insufficient and so everything gets worse day by day under the eyes of everyone, eventually becoming self-managed ghettos controlled at a distance.

A very similar thing happens every morning beyond the shack, inside the walls of concrete and barbed wire, a community is self-managed and self-discipline enduring, from morning to night, until the day when someone leaving it behind him, finally he will never have to return, never again, in the knowledge that the next morning none of those who will overcome it again will remember him more and will do nothing else but look for someone else to share the uneasiness and give each other strength to pull forward in a distorted reality.

 

IL CONFINE

 

Guardo dall’alto il confine di pannelli in cemento e filo spinato che mi dividono dalla città, di mattina figurine animate attraversano frettolosamente la baracca di accesso una dopo l’altra, come avviene in tutte le fabbriche.

All’interno, gli spazi esterni di aggregazione sono inesistenti, muretti di contenimento fungono da panchine, le uniche sedie sono quelle negli uffici, i punti di raccolta, quelli per l’evacuazione in caso di incendio.

I pasti si consumano in una grande sala, vengono serviti su vassoi, l’ambiente è asettico per igiene, i prodotti alimentari di dubbia provenienza hanno non sapori e colori sbiaditi.

I percorsi tra i capannoni e le palazzine dalle facciate rovinate sono trascurati e mal tenuti, qua e là qualcuno su scale esterne di sicurezza fuma o è al telefono, operai nei viottoli sconnessi movimentano delle merci, schiamazzano a voce alta.

L’edificio direzionale è un blocco di ferri con pannelli in cemento e vetri privo di forma progettuale, niente spazi di filtraggio, bagni a ridosso degli uffici, nei corridoi tazze del cesso in bella vista con utenti che si mettono a posto i vestiti dopo avere espletato le proprie funzioni vitali, l’intimità tra estranei diviene talmente forte che nel tempo ci si abitua, ci si abitua agli odori, ai profumi, al puzzo di urina e di feci che d’estate attraversano le porte e le finestre, al sudore acre che si raccoglie in scia nei corridoi, ai batteri e microbi invernali che ricevi o doni come regali natalizi.

Ci si abitua agli orari, alle stesse facce, ai diversi caratteri, alle diverse forme e proporzioni umane, si assorbono e trasmettono nevrosi, si guarda passare persone che non si saluteranno mai con le quali ancora meno si parlerà e di cui non sapremo mai niente, eppure li vedremo tutti i giorni ma non perché li abbiamo scelti ma perché qualcuno ci ha scelti tutti, ma la scelta come è avvenuta..?

Che tipo di scelta potrà mai esserci stata per un posto che potrebbe essere paragonato ad un aeroporto, un posto di passaggio in cui con una borsa si attraversa quotidianamente e non si lascia nulla, un posto in cui manca la vita, la propensione a fare stare bene il morale lavorativo, per questo, molti iniziano ad appendere sulle pareti del proprio angolo di ufficio fotografie, ninnoli, scritte, pupazzi, piante, qualcosa che parli di loro e della loro vita, altri invece al contrario non lasciano addirittura nessuna traccia, nemmeno del loro passaggio quotidiano.

Questi, credo di avere capito siano i sofferenti, quelli che non hanno ancora accettato del tutto il perché ogni mattina varchino il confine, se lo chiedono ma penso non sappiano darsi una risposta, una risposta che giustifichi la loro presenza giornaliera in un posto che così progettato azzera le ambizioni e piano piano si ritirano sempre più nel loro mondo, isolandosi, continueranno comunque ad entrare ed uscire dalla baracca tutte le mattine e tutte le sere ma nessuno gli chiederà il perché di questo isolamento dal momento che farà gioco, saranno catalogati come concorrenti in meno, un problema in meno, poi, lavoreranno anche sempre meno ed alla fine, saranno visti come premi lavorativi in meno da consegnare a fine anno, saranno importantissimi risparmi assicurati.

Le distorsioni, gli errori architettonici ed “urbanistici”, le selezioni del personale sommarie ed approssimative insieme alla routine quotidiana, nel tempo contribuiscono ad amplificare in ogni singolo soggetto  i lati caratteriali negativi, gli egoismi con i loro derivati prendono il sopravvento e sconfinano senza rendersene più conto nell’ assumere comportamenti dispregiativi che poi esprimono durante le giornate con piccoli e grandi furti, falsità, tradimenti, distorsioni di realtà, inutili chiacchiere, sfregi di vario genere e tipo a cose e persone.

Ogni singolo inizia a credere che gli altri, intorno, debbano accettare i suoi soprusi, l’abbrutimento prende il sopravvento, tante cose si danno per scontate, i comportamenti sono peggiori più che in famiglia, visto che per questi, la famiglia, con il tempo diventa il luogo di lavoro e questo accade a tutti i livelli, dall’operaio al direttore nella medesima maniera, molti, disperati, creano addirittura una doppia famiglia.

Come nei quartieri periferici delle grandi città, il malessere dei residenti è leggibile nella distruzione di quelle poche strutture di servizio esistenti, nelle scritte vandaliche sui muri, nella sporcizia, nell’incuria, nello stato di abbandono, in tutte quelle cose che aggravano la disuguaglianza sociale degli individui, i soldi investiti dai governi per migliorare le situazioni sono sempre insufficienti e così tutto peggiora giorno dopo giorno sotto gli occhi di tutti, divenendo alla fine, ghetti auto gestiti controllati a distanza.

Una cosa molto simile accade tutte le mattine oltre la baracca, all’interno delle mura in cemento e filo spinato, una comunità si auto gestisce e auto disciplina sopportandosi, dalla mattina alla sera, sino al giorno in cui qualcuno, lasciandosela alle proprie spalle, finalmente non ci dovrà più tornare, mai più, nella consapevolezza che la mattina seguente nessuno di coloro che rimarrà ad oltrepassarla di nuovo si ricorderà più di lui e non farà altro che cercare qualcun altro con cui condividere il malessere e darsi forza a vicenda per tirare avanti in una realtà distorta.

“LITERNUM” LAGO PATRIA, LAND OF SETTLERS

Until the age of sixteen, the summer, after school, brought me from maternal aunts between Naples and Salerno between the countryside and the sea of ​​the seventies, the Amalfi cliff, Paestum, Village Coppola Pineta mare towards Baia Domizia, Lake Patria then reached eighteen years the flight to freedom, autonomy, travel but in April 1989 I had to accompany my mother from the aunts since we were invited to the marriage of a distant relative of the husband of one of these .

The lunch would take place in a restaurant on Lake Patria, the event was organized in a short time since it was said that the bride a few months before had been seized and then used as a bargain because of a debt contracted by his father, so the removal from the family would have made her safe.

That morning there was the sun and all showed off spring outfits, I put on a heavy jacket with the criticism of my mother’s sister.

The priest made me read the books, the church was small, the people who passed even if stranger came to celebrate the couple, threw rice, the car that accompanied them went away followed by another to go to make the photo shoot while We with the rest of the guests we slowly walked towards the restaurant between chat and smiles for the occasion.

The road traveled I knew it, was the stress that took me to the sea many years before with the difference that now the houses had arisen without respect even on the edges of the streets, houses of at most a plan sometimes even unfinished, coast the bathing establishments still closed, the memories are vivid, the sun, the great beach, the blue sea, the fine white sand, the rows of umbrellas, the football games, the songs that play in the juke box, the toy vendors, the fragrance of the heat that is savored after the pleasure of the shadow and the desire to have fun, but today things do not look like then, maybe it is because despite the sun has risen a cold wind, you can see the lake, the restaurant arrives at the end of the avenue, the only cars are the first arrived, we park, open the doors and the wind passes from side to side the sheets, the spring clothes become inconsistent, running inside the big s wing they look for their names on the banned tables, once accommodated, they expect the arrival of the couple.

The passing of time becomes unbearable since the room is not heated, the large windows are not enough to let the timid sun of the period enter and the languor due to the fasting communion ritual begin to be felt especially in older people, people she murmured wondering what happened to the spouses because their arrival would sanction the beginning of the original libation triggered by the fantasies read on the menu, people start to tighten in their clothes, my aunt who criticized my heavy jacket with a jerk of nerves said that I had done well to take it and even advised me not to take it off, I still remember the livid hands, but finally at 14.30 the newlyweds arrived and the first dishes were served and the first glasses of wine were poured and people started to drink, drink and drink , to warm up, every pretext was good to make a toast, the father of the groom drank so much that after passing with the envelope pe r collect money, I explained typically Neapolitan custom, staggered took the exit to park directly in his car until the evening waiting for the hangover and sleep pass.

The newlyweds had a daughter, years later they made us have a picture that I still keep in the tin of cookies of their two portraits on a bridge in fake wood cement of a park above a pond and in the bottom between the meadows, the flowers, the trees, a plastic fruit box overturned on the shore that surfaced from the brackish water. After years of marriage one day she never returned home, abandoned her teenage daughter, sent a letter from a lawyer where she asked for the separation and divorce that she obtained without any effort, made to lose track, sometimes they saw her near the school of the daughter, watched from afar grow, time passed and spent inexorable as no other thing can do leaving the signs of pain not what hurts, what changes you, and one day the news on television shouts of a revolt broke out in Baia Domitia on the Domiziana road, a revolt of black colored immigrants near Castel Volturno, dumpsters and burning cars, blocked roads, the police intervened to bring order, the journalist interviews a representative of the colored rioters, he describes the de facto state in where he lives with his wife and two children, the camera frames the house that looks like mud and straw while the journalistthe word goes to the woman who, with her young children next to her, talks about her personal discomfort, is white-skinned but despite the many years she recognizes her as the bride of the restaurant on Lake Patria.

She had disappeared but she had never gone far away, she had remained on that road, perhaps blocked by the inability to go away to change radically, without wanting it had remained anchored to that life of suffering that was most likely her true illness from which he succeeded in healing that Dostoevsky was so well and well, remained on that land where the ancient Roman city of Liternum once stood, a colony that was assigned to veterans of the Second Punic War belonging to the army of Scipio the African who took refuge there exiled and he died there in 183 BC, his tomb and his villa were described by Seneca, then the area was finally abandoned after the fourth century and rediscovered by archaeologists in the Fascist era.

Today it is occupied by the settlers of the new millennium, who are veterans of a new war, the war of progress, of globalization, of the displacement of masses from one continent to another, and unlike then the area has not been assigned to these new populations but a silent assent allows him the survival and the hope of a better life.

 

“LITERNUM” LAGO PATRIA, TERRA DI COLONI

 

Sino all’ età dei sedici anni, l’estate, finite le scuole, mi portavano dalle zie materne tra Napoli e Salerno tra le campagne ed il mare degli anni settanta ottanta, la scogliera amalfitana, Paestum, Villaggio Coppola Pineta mare verso Baia Domizia, il lago Patria poi raggiunti i diciotto anni la fuga verso la libertà, l’autonomia, i viaggi ma nel mese di aprile del 1989 dovetti accompagnare mia madre dalle zie dal momento che fummo invitati al matrimonio di un lontano parente del marito di una di queste.

Il pranzo si sarebbe svolto in un ristorante sul lago Patria, l’evento fu organizzato in breve tempo dal momento si dicesse che la sposa pochi mesi prima era stata sequestrata per poi essere utilizzata come merce di scambio a causa di un debito contratto dal padre, quindi l’allontanamento dalla famiglia l’avrebbe messa al sicuro.

Quella mattina c’era il sole e tutti sfoggiarono completi primaverili, io indossai un giaccone pesante con le critiche della sorella di mia madre.

Il prete mi fece fare le letture, la chiesa era piccola, la gente che passava anche se estranea entrava a festeggiare gli sposi, lanciarono riso, l’auto che li accompagnava si allontanò seguita da un’altra per andare a realizzare il servizio fotografico mentre noi con il rimanente degli invitati ci avviammo lentamente verso il ristorante tra chiacchiere e sorrisi per l’occasione.

La strada percorsa la conoscevo, era la stressa che mi portava al mare molti anni prima con la differenza che adesso le case erano sorte senza rispetto anche sui bordi delle strade, casette di al massimo un piano alcune volte anche non finite, costeggiamo gli stabilimenti balneari ancora chiusi, i ricordi sono vividi, il sole, la grande spiaggia, il mare celeste, la sabbia fine e bianca, le file degli ombrelloni, le partite a calcio balilla, le canzoni che suonano nel juke box, i venditori di giocattoli, il profumo del caldo che si assapora dopo il piacere dell’ombra e la voglia di divertirsi, ma oggi le cose non sembrano più come allora, forse è perché nonostante ci sia il sole si è alzato un vento freddo, si intravede il lago, il ristorante arriva alla fine del viale, le uniche vetture sono dei primi arrivati, parcheggiamo, apriamo le portiere ed il vento trapassa da parte a parte le lamiere, i vestitini primaverili diventano inconsistenti, di corsa all’ interno della grande sala si cercano i propri nomi sui tavolini banditi, una volta accomodati si aspetta l’arrivo degli sposi.

Il passare dei minuti diventa insopportabile dal momento che il locale non è riscaldato, le ampie vetrate non sono sufficienti a fare entrare il timido sole del periodo e i languori dovuti anche al rito della comunione a digiuno iniziano a farsi sentire specialmente nelle persone anziane, la gente mormora chiedendosi che fine abbiano fatto gli sposi anche perché il loro arrivo sancirebbe l’inizio della primitiva libagione scatenata dalle fantasie lette sul menù, la gente inizia a stringersi nei vestiti, mia zia che criticò il mio giaccone pesante con uno scatto di nervi disse che avevo fatto bene a portarmelo e addirittura mi consigliò di non toglierlo, mi ricordo ancora le mani livide, ma finalmente alle 14.30 arrivarono gli sposi e vennero serviti i primi piatti e versati i primi bicchieri di vino e la gente iniziò a bere, bere e bere, per scaldarsi, ogni pretesto era buono per fare un brindisi, il padre dello sposo bevve talmente tanto che dopo essere passato con la busta per raccogliere soldi, mi spiegarono usanza tipicamente napoletana, barcollante imboccò l’uscita per parcheggiarsi direttamente dentro la propria macchina sino alla sera in attesa che la sbornia ed il sonno passasse.

Gli sposi ebbero una figlia, anni dopo ci fecero avere una foto che ancora conservo nella scatola di latta dei biscotti di loro due ritratti su un ponticello in cemento finto legno di un parco sopra ad uno stagno e nel fondo tra i prati, i fiori, gli alberi, una cassetta della frutta in plastica rovesciata sulla riva che affiorava dall’ acqua salmastra. Dopo anni di matrimonio un giorno Lei non tornò più a casa, abbandonò la figlia adolescente, inviò una lettera di un avvocato dove chiese la separazione ed il divorzio che ottenne senza alcuno sforzo, fece perdere le tracce, a volte la videro vicino alla scuola della figlia, la guardava da lontano crescere, il tempo passò e trascorse inesorabile come nessuna altra cosa sa fare lasciando i segni del dolore non quello che fa male, quello che ti cambia, ed un giorno i notiziari in televisione gridano di una rivolta scoppiata a Baia Domizia sulla strada Domiziana, una rivolta di persone di colore immigrati nei pressi di Castel Volturno, cassonetti e automobili incendiati, strade bloccate, la polizia intervenuta per riportare ordine, il giornalista intervista un rappresentante dei rivoltosi di colore, lui descrive lo stato di fatto in cui vive con la moglie e i suoi due figli, la telecamera inquadra la casa che sembra di fango e paglia mentre il giornalista passa la parola alla donna che con accanto i figli piccoli racconta il suo disagio personale, è di carnagione bianca ma nonostante gli anni molti la riconoscono è la sposina del ristorante sul lago Patria.

Era scomparsa ma non era mai andata lontano, era rimasta lì su quella strada, bloccata forse dall’ incapacità di andare via di cambiare radicalmente, senza volerlo era rimasta ancorata a quella vita fatta di sofferenze che molto probabilmente era la sua vera malattia da cui non riuscì a guarire che tanto e bene spiega  Dostoevskij, rimasta su quella terra dove sorgeva l’antica città romana di Liternum una colonia che fu assegnata a dei veterani della seconda guerra punica appartenenti all’esercito di Scipione l’Africano che vi si rifugiò esule e vi morì nel 183 a.C., la sua tomba e la sua villa furono descritte da Seneca, poi la zona fu abbandonata definitivamente dopo il quarto secolo e riscoperta dagli archeologi nell’ epoca fascista.

Oggi è occupata dai coloni del nuovo millennio, sono reduci di una nuova guerra, la guerra del progresso, della globalizzazione, dello spostamento di masse da un continente a l’altro e a differenza di allora la zona non è stata assegnata a queste nuove popolazioni ma un silenzio assenso gli permette la sopravvivenza e la speranza di una vita migliore.

 

 

 

VIA CASSIA 1818 THE SUNSET IN THE ROMAN CAMPAIGN

I move on soon, the appointment is under the entrance gate to the residence, the area over the years has changed a lot, new condominiums with shops along the way, businesses for basic necessities, even a supermarket, the boy of the agency is already on the spot with her blue dress and stylish haircut, try to be friendly making me way on the central driveway of steps, the apartment that concerns me is in the last building towards the countryside overlooking Isola Farnese , we pass near the swimming pool described in the announcement, a 5×10 meters tub attached between two of the four structures with windows that are reflected in the water. The entrance is elegant, good spaces between the stairs and the landings, the house looks good, large and well-filtered rooms, two bathrooms, one smaller in a room with smoked glass wall, large terrace with a decent view, windows with dark glasses, then the kitchen and there are two things known, the lack of a pipe for suction fumes and the lack of gas, my companion falls from the clouds. We move into the garage since the winery can not let me see because he has forgotten the keys, he does not remember what the parking space should belong to, I ask him to show me the condominium green area and once up the stairs I walk the steps, this time downhill, known to leave a lady from the premises on my left that have windows on the ground floor, the time limit of the visit has expired, provides me with the business card, the plan and run away.

I remain on the gate to look at these structures built on stilts on pillars from prefabricated industrial reinforced concrete panels and I imagine this complex in the late seventies, isolated and confined by sheep and cultivated fields, in that moment a very elegant lady comes out of the gate I’ll explain to you why I was in that place and if I knew the administrator’s phone number. His kindness was marvelous, perhaps because he was a foreigner, he took me back to the garage and showed me the parking space assigned to the apartment in question, pity that my car would overflow in front of a box belonging to the lady who lives right above the apartment who tells me to be very kind and owner of more parking spaces to which I could ask the courtesy of a small invasion of the field, the lady in question would be Ilona Staller, (Cicciolina) former actress and former parliamentarian.

The foreigner begins to tell the various vicissitudes of the condominium, the properties of the film producer Schicchi, which included 70% of all the rooms of the residence, its auction failures, the courts and the great human and economic efforts undertaken by the new tenants for to raise the situation in the last ten years.

Leaving the narrator, I read the plan and I realize that in the 140 square meters of the apartment is not marked the kitchen that is actually reported as a bathroom, so I saw a living room with three bedrooms and three bathrooms, the lady who left the room on the ground floor it came out from the structures originally dedicated to services now transformed into makeshift homes and therefore apartments were designed with kitchens and apartments without kitchens as expected in the best residences, I can imagine the convenience of this structure to a film producer of porn, home and workshop, I think of women with skimpy costumes and without veils turn freely in the inner areas coming out and entering from one apartment to another in total privacy and privacy, as a priest would say a real place of perdition in the sunlight.

I read that Schicchi had studied at the Faculty of Architecture La Sapienza of Rome and in my opinion was fascinated by the architecture and constructive innovation employed, elegant appearance, proportions and Anglo-Saxon style, it is no coincidence that once achieved was baptized as one of the most beautiful residences of the Via Cassia and among the best in Rome.

Today the weather has left the marks of the beautiful period lived, parties and entertainment, those who bought from speculative auctions want nothing more than to trim hotel rooms like apartments to some naive at affordable prices and this will only bring other speculators who later the purchase will hire people who are not transparent to accustomed to accepting the compromise Italian and all that will do nothing more to ruin something architecturally valid that if perhaps saved could become a good place to work with excellent offices, an opportunity at the moment lost .

 

VIA CASSIA 1818 IL TRAMONTO NELLA CAMPAGNA ROMANA

 

Mi muovo sul presto, l’appuntamento è sotto il cancello d’ingresso al residence, la zona negli anni è molto cambiata, nuovi condomini con negozi lungo strada, attività commerciali per beni di prima necessità, persino un supermercato, il ragazzo dell’agenzia è già sul posto con il suo vestitino blu ed il taglio di capelli alla moda, cerca di essere cordiale facendomi strada sul vialetto centrale di ingresso a gradini, l’appartamento che mi riguarda si trova nell’ultimo edificio verso la campagna che guarda Isola Farnese, passiamo vicino alla piscina descritta nell’annuncio, una vasca di 5×10 metri attaccata tra due delle quattro strutture con le finestre che si rispecchiano nell’acqua. L’ingresso è elegante, buoni spazi tra le scale ed i pianerottoli, la casa si presenta bene, ambienti ampi e ben filtrati, due bagni di cui uno più piccolo in camera con parete a vetro fumè, terrazzo importante con vista decente, finestre con vetrate scure, poi la cucina e lì noto due cose, la mancanza di una canna per aspirazione fumi e la mancanza del gas, il mio accompagnatore cade dalle nuvole. Ci spostiamo nell’autorimessa dal momento che la cantina non può farmela vedere perché ha dimenticato le chiavi, non ricorda quale dovrebbe essere il posto auto di appartenenza, gli chiedo di mostrarmi la zona verde condominiale e una volta risalito dalle scale percorro il vialetto gradinato, questa volta  in discesa, noto uscire una signora da dei locali sulla mia sinistra che hanno delle finestre al piano terreno, il tempo limite della visita è scaduto, mi fornisce il biglietto da visita, la planimetria e scappa.

Rimango sul cancello a guardare queste strutture realizzate a palafitta su pilastri dai pannelli di cemento armato industriale prefabbricato e immagino questo complesso nella campagna fine anni settanta, isolato e confinato da pecore e campi coltivati, in quel mentre esce dal cancello una signora molto elegante di mezza età, mi presento spiegando il perché mi trovassi in quel posto e se conoscesse il numero di telefono dell’amministratore. La sua gentilezza è stata meravigliosa, forse perché straniera, mi riaccompagna nell’autorimessa e mi mostra il posto auto assegnato all’appartamento in questione, peccato che la mia auto sconfinerebbe davanti ad un box che appartiene alla signora che abita proprio sopra allo stesso appartamento che mi dice essere molto gentile e proprietaria di più posti auto a cui potrei chiedere la cortesia di una piccola invasione di campo, la signora in questione sarebbe Ilona Staller, (Cicciolina) ex attrice ed ex parlamentare.

La straniera inizia a raccontare le varie vicissitudini del condominio, le proprietà del produttore cinematografico Schicchi, che comprendevano il 70% di tutti gli ambienti del residence, dei suoi fallimenti delle aste, dei tribunali e dei grandi sforzi umani ed economici intrapresi dai nuovi inquilini per risollevare la situazione negli ultimi dieci anni.

Lasciata la narratrice, leggo la planimetria e mi accorgo che nei 140 metri quadrati di appartamento non è segnata la cucina che è in realtà riportata come bagno, quindi ho visto un soggiorno con tre camere da letto e tre bagni, la signora che usciva dal locale al piano terra usciva dalle strutture originariamente dedicate ai servizi oggi trasformate in abitazioni di fortuna e quindi furono progettati  appartamenti con cucine e appartamenti senza cucine come previsto nei migliori residence, posso immaginare la comodità di questa struttura ad un produttore cinematografico di film porno, casa e bottega, penso a donne con costumi succinti e senza veli girare liberamente nelle aree interne uscendo ed entrando da un appartamento all’altro nella totale riservatezza e privacy, come direbbe un prete un vero luogo di perdizione alla luce del sole.

Leggo che Schicchi aveva studiato alla facoltà di Architettura La Sapienza di Roma e a mio avviso rimase affascinato dall’architettura e dall’innovazione costruttiva impiegata, dall’aspetto elegante, dalle proporzioni e stile anglosassone, non è un caso che una volta realizzato fu battezzato come uno dei residence più belli della Via Cassia e tra i migliori di Roma.

Oggi il tempo ha lasciato i segni del bel periodo vissuto, delle feste e dei divertimenti, chi ha acquistato dalle aste speculando non desidera altro che rifilare stanze di albergo come appartamenti a qualche sprovveduto a prezzi abbordabili e questo non farà che avvicinare altri speculatori che dopo l’acquisto affitteranno a persone poco trasparenti abituate ad accettare il compromesso all’italiana e tutto non farà che mandare ancora più in rovina qualcosa di architettonicamente valido che se magari salvato sarebbe potuto diventare una valida sede lavorativa con uffici eccellenti, una occasione al momento persa.

 

SERGIO LEONE CROSSED MARINA DI ARDEA

Luciano telephones me telling me that there would be an interesting proposal to be evaluated, it is an apartment by the sea, it leaves me the coordinates and so I take a panoramic tour from the computer with today’s technology, “google maps”.

It does not seem bad, Marina di Ardea, just after Villaggio Tognazzi, I remember that one of my uncles became for a period of the seventies councilor for public works and built for himself and for some of my family of the cottages on the sea, he also proposed We, we went to find it and we immediately realized that the land identified to host the buildings were devoid of a minimum urban plan and perhaps that just made the area of ​​Tor San Lorenzo so wild and desirable, but something we did not like, I do not remember well but most likely the subdivision wound right on the lands of the families of Caffarelli, then Bartoli, then Pallavicini and the latter over the years lost control and perhaps the property that passed to an Italian State at that time very distracted.

To reach the destination I decide to walk as little as possible the via Pontina and head towards the airport of Pratica di Mare driving through the internal roads towards Pomezia, via di Pratica that runs along the estate of Castel Fusano, an immense and centuries-old pine forest, Villaggio Azzurro, via Pratica di mare, via del Mare, I leave Torvaianica alta behind me, skirting the Nuova Florida area, before arriving at Lungomare degli Ardeatini.

Step in front of the grave of Sergio Leone which is located in the small cemetery of Pratica di Mare just below the ancient village near the kilns, where one of the masters of Italian cinema turned some scenes of “c’era una volta il west e c’era una volta in America, but as I passed this fairytale landscape I find myself in a series of roundabouts that lead me into streets decorated with industrial and commercial warehouses set on a very wide concrete plain without any kind of vegetation and closer to the sea ​​and more the sheds leave the space to blocks of every shape, type, color and style of maximum two floors, commercial offices and villas, finished but never inhabited, supermarket with showy signs and colored lights, houses with grotesque finishes, absence of sidewalks and signage on traffic lanes.

After two hundred meters of a driveway with a roadway full of potholes and patches follow the signs “golf club mare di ​​Roma” and start to see a series of condominiums planted in parallel to the beach arranged in three rows that go from north to south until lost in the eye and finally by a narrow road covered with a sand that no one has been moving for years on the waterfront.

The day is cold, cloudy, it’s raining in the wind, the waves of the sea disturb the silence, the few existing bars are barred, as abandoned, a tobacco houses a couple of foreigners from Eastern Europe, shabby with a long beard, the cigarette between the lips and smiles without teeth, they turn around in the passing of my car that control with the look, from one of the many houses on the sand reached with an iron staircase worn by salt air comes out a fat woman covered with rags, in slippers, the bastardino followed by barking scrutinizing, the brazen facades of the buildings facing the sea are as if strained, holes and cracks of all kinds, it seems that shortly at the end of the avenue I will meet the ground troops landed at Anzio directed towards Rome after a shelling of the coast carried out by allied ships to reclaim the territory from the retreating Germans.

Everything has no logic but in this confusion of low, informal, spontaneously born and surviving ruins, I can perceive the sensations that maybe Sergio Leone felt, sensations that he then probably brought back to his western movies, in which perhaps he did nothing but rebuild only what he saw in this place now abandoned and remained as then, the villages of the first pioneers to conquer the west, environments and faces of surviving actors, hardened by the suffering of life that had that wear, the dirty and lived that then fascinated and made school in the world.

 

 

SERGIO LEONE HA ATTRAVERSATO MARINA DI ARDEA

 

Mi telefona Luciano dicendomi che ci sarebbe una proposta interessante da valutare, è un appartamento sul mare, mi lascia le coordinate e così faccio un giro panoramico dal computer con la tecnologia di oggi, “google maps”.

Non mi sembra male, Marina di Ardea, appena dopo Villaggio Tognazzi, ricordo che uno dei miei zii divenne per un periodo degli anni settanta assessore ai lavori pubblici e costruì per se e per alcuni miei famigliari dei villini sul lungo mare, lo propose anche a noi, lo andammo a trovare e ci rendemmo conto immediatamente che i terreni individuati ad ospitare le costruzioni erano privi di un minimo piano urbanistico e forse proprio quello rendeva la zona di Tor San Lorenzo così selvaggia e appetibile, ma qualcosa non ci piacque, non ricordo bene ma molto probabilmente la lottizzazione si snodava proprio sulle terre delle famiglie dei Caffarelli, poi Bartoli, poi Pallavicini e questi ultimi negli anni persero il controllo e forse la proprietà che passò ad uno Stato Italiano in quel periodo molto distratto.

Per raggiungere la meta decido di percorrere il meno possibile la via Pontina e dirigermi verso l’aeroporto di Pratica di Mare guidando per le strade interne direzione Pomezia, via di Pratica che costeggia la tenuta di Castel Fusano, una pineta immensa e secolare, Villaggio azzurro, via Pratica di mare, via del Mare, lascio alle spalle Torvaianica alta, costeggio la zona Nuova Florida, per poi arrivare a Lungomare degli Ardeatini.

Passo davanti alla tomba di Sergio Leone che si trova nel piccolo cimitero di Pratica di Mare proprio sotto l’ antico borgo vicino alle fornaci, posto in cui uno dei maestri del cinema italiano girò alcune scene di “c’era una volta il west e c’era una volta in America”, ma come superato questo paesaggio fiabesco mi ritrovo ad una serie di rotonde che mi immettono in strade decorate da capannoni industriali e commerciali adagiati su una distesissima pianura di cemento priva di qualsiasi tipo di vegetazione e più ti avvicini al mare e più i capannoni lasciano lo spazio a caseggiati di ogni forma, tipo, colore e stile di massimo due piani,  uffici commerciali e villini, finiti ma mai abitati, supermarket dalle insegne vistose e luminarie colorate, casette con rifiniture grottesche, assenza di marciapiedi e di segnaletica sulle corsie di marcia.

Dopo duecento metri di un viale con un fondo stradale pieno di buche e toppe seguo le indicazioni “ golf club mare di Roma” ed inizio a vedere una serie di condomini piantati in parallelo alla spiaggia disposti su tre file che vanno da nord a sud sino a perdita d’occhio e finalmente da una stradina ricoperta di una sabbia che nessuno sposta oramai da anni arrivo sul lungomare.

La giornata è fredda, nuvolosa, piove a vento, le onde del mare disturbano il silenzio, i pochi bar esistenti sono sbarrati, come abbandonati, un tabacchi ospita un paio di stranieri dell’est Europa, trasandati con la barba lunga, la sigaretta tra le labbra e sorrisi senza denti, si girano al passare della mia auto che controllano con lo sguardo, da una delle tante case sulla sabbia raggiungibile con una scala in ferro consumata dalla salsedine esce una donna grassa ricoperta di stracci, in ciabatte, il bastardino a seguito abbaia scrutandomi, le facciate sfacciate delle palazzine fronte mare sono come se mitragliate, buchi e crepe di ogni tipo, sembra quasi che a breve in fondo al viale incontrerò le truppe di terra sbarcate ad Anzio dirette verso Roma dopo un bombardamento della costa effettuato dalle navi alleate per bonificare il territorio dai tedeschi in ritirata.

Tutto non ha logica ma in questa confusione di ruderi bassi, informi, nati spontaneamente e sopravvissuti al tempo, riesco a percepire le sensazioni che forse provò Sergio Leone, sensazioni che poi ha probabilmente riportato nei suoi film western in cui forse non fece altro che ricostruire solamente ciò che vide in questo posto oramai abbandonato e rimasto sicuramente come allora, i villaggi dei primi pionieri alla conquista dell’ ovest, ambienti e facce di attori sopravvissuti, induriti dalle sofferenze della vita che avevano quel logorio, quello sporco e vissuto che ha poi affascinato e fatto scuola nel mondo.

ORBETELLO DON’T GET A PENNY

I’ve been going to Orbetello for a long time since I was playing in the hot hours waiting to get back in the water with that steel ball that would not have to fall into the pit but that hardly with the steering wheel and pedals could make it halfway. The kiosk was shaded by a muddy cannucin behind the pine forest, ahead, the white hot beach and the sea of ​​a celestial, banally unique, “Feniglia” sea.

This time I decide to devote some hours of holiday days so long as I am looking for a lookout for a more in-depth knowledge of the sale of discourses, then I read ads, then I go through the google map and visit the area, if interesting step to the contact telephone.

One morning early I drive in one of these streets between the fields that cross the railroad in search of a cottage that I can not locate, between reversals and reversals in complete solitude I decide to stop at a farm that sells products at km 0 per ask for information, the farmhouse is under the pine trees, vanished, the open windows without shutters leave the interior laids. I am tempted to leave but here is a young man, long hair with unwashed treasures, worn work clothes, shoes with the cut upper, courageous, coming out of the car, a shepherd sniffing as he starts making me questions in Tuscan narrow and without telling anything or just tells me that he owns an Alfa Romeo Giulia 1600 cc super of the seventies, takes me to the back of the barn, opens a shed and me the exhibition telling me about handcraft repairs and travel days. His tales do not stop, as he talks about having problems, he is not in the usual normality (although understanding what is meant by normality) tells me that his brother took the Carabinieri away and told me the reasons. In the meantime a couple of strangers arrive, greet him with friendship, I take the opportunity to interrupt him and, while distracted, I move toward my goal.

For many days I have thought of two things: the beautiful Giulia and the story of her brother.

The farmhouse that is not but a house enlarged and modified over the years with land plot has been divided into 4 apartments for sale separately, the only interesting one on the first floor sin that to reach us a stone staircase rising in Vertically almost chest makes you risk falling behind, inside a lofty but unauthorized . At the end of the visit the sentence is as follows: the required figure is this and don’t get a penny.

One evening I head to the Neghelli district of Orbetello, the apartment is on the first floor of a single-storey building typical of popular economic construction of the 30’s, the rest of all the same buildings lying on the border with the long lagoon vary only by coloring, roofs at two shades, shutters, older people sitting with sideboards near the gates continue that village custom likely inherited by parents in the historic center today but occupied by foreigners who have bought, restored and colonized. At the end of the visit, the estate agent’s sentence is as follows: the required amount is this and the owners don’t  get a penny.

I go to the conquest of Porto Santo Stefano, I see and visit houses of former fishermen, elderly people who have died with hereditary struggles around the corner, restructurations of premises now used as apartments within peaks on the sea and park within luxury residences with condominiums comparable to rented rentals, always without a private place to park the car that in a place where they built on the slopes of the rock, this as a minimum you need to do the shopping because alternatively besides the narrow streets you can walk along the stairs that climb from the harbor to the top of the hill, millions of steps, so no private parking space even to talk about it, you could park along the street but challenge anyone to find a place and those available are paid on a daily basis.

Demoralized, people tell me that at Orbetello a famous Roman construction company has completed a residential complex consisting of several buildings with every comfort provided with a carpet, a pity that they did not give me the cost per square meter of a luxurious residence in the capital. An oasis confined by economic houses occupied by orbetellani near the long lagoon, modern style, perhaps even too much with artificial lawns and steel balustrade balustrades, the advertising I read on the billboards between the various things recites “… two steps from port of Cala Galera “I see that the legal headquarters is in Via dei Colli della Farnesina in Rome, a street where only luxury residences exist, so I most probably deduce that they are destined for the Roman bourgeoisie since the economy of the area of ​​Orbetello based on the lagoon and its induction I do not think it produces salaries to so many zeros, so for leisure vacationers better if with boat afterwards.

The days of rest are slipping fast and making a mental note I think the most interesting thing he has seen was the encounter with the kind of old Giulia, the story of her brother who was unhappy with her stepmother and put her under her One Turbo, adoptee, ceased to squander their wealth and always the same after paying breakfast for a month each morning at the bar to a girl and her mother thought the young man was interested in him but once he was hurt , he asked for explanations, received a complaint, the Carabinieri did not arrest him for investing the woman, but when they brought him the face of his love that asked him to disappear from his sight, he nervously turned to the guards and they took him away to that the door of the prison opened.

The local peasants argue that it is the smartest of the brothers all a little pecker with a dead mother when they were still too young and a particular father, but thinking about his past and the events I can not judge in a society of men who always more often they take and do not give, direct reactions such as her are certainly wrong because without many policies or frills, beyond the law but sometimes someone should explain to those who ask that they are not only living to take but also to give and homes and the apartments I visited unfortunately were of those who ask and that’s enough.

 

ORBETELLO NON SCENDE DI UN SOLDO

 

Sono anni che vado ad Orbetello, da piccolo giocavo nelle ore calde in attesa di rigettarmi in acqua con quella pallina d’acciaio che non sarebbe dovuta cadere in buca ma che difficilmente con volante e pedali riuscivi a farle fare metà percorso. Il chiosco era ombreggiato da un misero cannucciato, dietro, la pineta, avanti, la bianca spiaggia bollente ed il mare di un colore celeste, banalmente unico, la “Feniglia”.

Questa volta decido di dedicare qualche ora delle giornate di ferie tanto agognate per fare dei sopralluoghi al fine di tentare una conoscenza più approfondita del discorso abitazioni in vendita, quindi leggo annunci, poi verifico con google map e visito la zona, se interessante passo al contatto telefonico.

Una mattina sul presto percorro in auto una di queste vie tra i campi agricoli che costeggiano la ferrovia alla ricerca di un casale che non riesco ad individuare, tra retromarce e inversioni nella completa solitudine decido di fermarmi presso una fattoria che vende prodotti a km 0 per chiedere informazioni, il casale è sotto i pini, malandato, le finestre aperte senza persiane lasciano presagire i laidi interni. Sono tentato di andarmene ma ecco che appare un uomo giovane, capelli lunghi con treccine non lavate, gli abiti da lavoro logori, le scarpe con la tomaia tagliata, mi faccio coraggio, scendo dall’auto, un cane pastore mi annusa mentre lui inizia farmi domande in toscano stretto e senza dirgli nulla o poco mi racconta che possiede una Alfa Romeo Giulia 1600 cc super degli anni settanta, mi porta nel retro del fienile, apre un capanno e me la mostra raccontandomi di riparazioni artigianali e giornate di viaggio. I suoi racconti non si fermano, mentre parla comprendo che ha dei problemi, non è totalmente nella consueta normalità (anche se bisogna capire cosa si intenda per normalità) mi dice che il fratello lo hanno portato via i Carabinieri e mi racconta le motivazioni. Nel frattempo arriva una coppia di forestieri, lo salutano con amicizia, colgo l’occasione per interromperlo e mentre si distrae mi allontano verso la mia meta.

Per molti giorni ho pensato a due cose: alla bella Giulia ed al racconto sul fratello

Il casale che casale non è ma bensì una casa ampliata e modificata negli anni con l’appezzamento di terra è stato suddiviso in 4 appartamenti in vendita separatamente, l’unico interessante uno al primo piano peccato che per accederci una scala in pietra che sale in verticale quasi a petto ti fa rischiare di cadere in dietro, all’interno un soppalco bellissimo ma non condonato. Alla fine della visita la frase è la seguente: la cifra richiesta è questa e non scendo di un soldo.

Una sera mi dirigo al quartiere Neghelli di Orbetello, l’appartamento è al primo piano di una palazzina ad un solo livello tipica edilizia economica popolare degli anni 30, le restanti palazzine tutte uguali dislocate a confine con il lungo laguna variano solamente di colorazione, tetti a due falde, persiane, le persone anziane sedute con le seggioline vicine ai portoni continuano quell’usanza paesana probabilmente ereditata dai genitori nel centro oggi storico ma occupato da forestieri che hanno comprato, ristrutturato e colonizzato. Alla fine della visita la frase dell’agente immobiliare è la seguente: la cifra richiesta è questa e i proprietari non scendo di un soldo.

Parto alla conquista di Porto Santo Stefano, vedo e visito case di ex pescatori, di persone anziane decedute con lotte ereditarie dietro l’angolo, ristrutturazioni di locali ora adibiti ad appartamenti all’interno di comprensori a picco sul mare e parco all’interno di residence di lusso con condomini paragonabili ad affitti di locazione, sempre senza un posto privato dove parcheggiare l’automobile, che in un luogo in cui hanno costruito alle pendici della roccia, questa come minimo ti occorre per fare la spesa, anche perché in alternativa oltre alle stradine tortuose puoi percorrere le scalinate che si arrampicano dal porto sino in cima alla collina, milioni di gradini, quindi abitazione senza posto auto privato neanche a parlarne,  si potrebbe parcheggiare lungo strada ma sfido chiunque a trovare un posto e quelli disponibili sono a pagamento orario.

Demoralizzato mi dicono che a Orbetello scalo una famosa impresa di costruzioni romana abbia ultimato un complesso abitativo composto da più palazzi con ogni confort dotati di autorimessa, peccato che non mi abbiano dato i costi al metro quadro pari ad una residenza di lusso nella capitale. Una oasi confinata da abitazioni economiche occupate dagli orbetellani a ridosso del lungo laguna, stile moderno forse anche troppo con prati artificiali e ringhiere di balconi risolte con cavi in acciaio, la pubblicità che leggo sui cartelloni tra le varie cose recita “…a due passi dal porto di Cala Galera”  vedo che la sede legale è in Via dei Colli della Farnesina a Roma, una strada in cui esistono solamente residenze di lusso, quindi molto probabilmente deduco che siano destinati alla borghesia romana dal momento che l’economia della zona di Orbetello basata sulla laguna ed il suo indotto non penso produca stipendi a tanti zeri, quindi per agiati vacanzieri meglio se con barca a seguito.

I giorni di riposo stanno scivolando velocemente e facendo un resoconto mentale penso che la cosa più interessante che abbia veduto sia stato l’incontro con il tipo della vecchia Giulia, la storia di suo fratello che scontento della matrigna la puntò e la mise sotto con la Uno Turbo, ricoverata smise di dilapidare il loro patrimonio e sempre lo stesso dopo avere pagato la colazione per mesi tutte le mattine al bar ad una ragazza e sua madre pensò che la giovane avesse interesse nei suoi riguardi ma una volta propostosi fu cacciato a malo modo, chiese spiegazioni, ricevette una denuncia, i Carabinieri non lo arrestarono per avere investito la donna ma quando gli portarono  l’esposto del suo amore che gli chiedeva di sparire dalla sua vista, innervosito si rivoltò alle guardie e queste lo portarono via, a quel punto si aprirono le porte della prigione.

I contadini del posto sostengono che sia il più intelligente dei fratelli tutti un pochino picchiatelli con una madre morta quando erano ancora troppo giovani ed un padre particolare, ma pensando al suo trascorso e ai fatti accaduti non riesco a giudicarlo in una società di uomini che sempre più spesso prendono e non danno, reazioni dirette come le sue sono certamente sbagliate perché senza molte politiche o fronzoli, oltre la legge ma a volte forse qualcuno dovrebbe spiegare a chi chiede che non si vive solamente per prendere ma anche per dare e le case e gli appartamenti che ho visitato purtroppo erano di quelli che chiedono e basta.

 

THE GREAT BEAUTY

The great beauty

I was lucky enough to live the way of Lungara area of Rome in an assiduous when my mother decided to live there.

He lived in Via De ‘Riari, in a building which was once the stable of the family from which the street takes its name that has at once a series of transformations until it reached its present shape in “C” consists of a cloister, which bears two floors above him and a central garden, one side bordering the Botanical gardens and a simple wall divides the two properties; in addition, the Accademia dei Lincei.

I used to go to her at any hour of the week, each time a different air a light that made you always see new things, meet different people, who came home, those who came, who went to work, who opened or closed shop, often we arrived walking to take possession of more than one real Roma, made of narrow streets that look at you and listen, the uneven cobblestones that do not give you a chance to get sidetracked while you are walking, the windows and doors closed to where they feel recite prayers of premises for where between one glass and another sliding the time, the roar of the midday cannon.

The hour and the day that I preferred to get there was early on Sunday morning before the hot, spent the arches of Porta Castello, let the right Via della Conciliazione to San Pietro, went down to the prison of Regina Coeli, to the left of Penance Lane , the intercom, the door that I opened the heavy door, the climb on foot of those stairs thinned quietly to avoid waking Anita Ekberg.

The walk to the 10.30 of the coffee ritual could have two goals, Piazza Santa Maria in Trastevere and Piazza Farnese, it depended very much on the weather conditions, with good weather we preferred cross Sisto Bridge and watch the Tiber island which divides the river stung by seagulls and smoothed roughly somewhere boat, often tourists ask me to take a picture in which I tried to do my best to make them even happier, street vendors they greeted amicably and once forded the river, hot and sweaty we put in the narrow and dark alleys fresh where summer is slow in coming.

The Jewish shops closed portend rest due by the cult of the sale and buy, from Via dei Pettinari wandering through the narrow Via Capo di Ferro on a corner, set in a building with an Ionic column and the license plate of the time in skullcap marble engraved inviting the Romans not to litter the streets, just ahead Palazzo Spada, the road narrows, becoming darker, it is Vicolo dei Venti, and suddenly a light cut in two a large square with two fountains, Piazza Farnese.

We chilled sitting on those seats consumed by our ancestors in the shadow of the building begun by Sangallo and passed to Michelangelo, Vignola, Della Porta, enjoying the cool morning breeze instead of winter makes you shake your coat and looked towards the bar ” coffee farnese “waiting for the bell of the sisters’ house in Santa Brigida we scandisse the time to go to consume the longed foamed cafe where often you could see Fuksas or meet Luca Cordero di Montezemolo bike that I presented to my mother proud of her son ; Checkout now no longer spoke, and I was paying the old bartender with dexterity and memory, there was preparing usual corner waiting for the tip and our compliments that are always not late in coming.

Leaving apply gaze to the bright facade masterfully composed of architectural elements that thanks to golden proportions have made timeless a palace and a square in my opinion among the most beautiful in the world, a cellist began to play at the sound of the rushing water of fountains from the baths of Caracalla, the children turned round with bicycles, the priests made their way to eat breakfast after the celebration of masses.

With the bad weather we pulled headed to Santa Maria in Trastevere, the “coffee Marzio”, where the few interior tables were eaten coffee with cream making acquaintance with local residents, artists and pseudo artists, older women much rigged with an uncertain past, of young couples families living in small houses with rents from a few euro stuck for years and never received and implemented executive evictions, interesting conversations over AS Roma with the manager, Fabio, which gave the local flavor of familiarity and at the same time the authority ; with the passage of the half-hours were changing customers, the people gave way to foreigners, men vintage men with young women and foreign tourists to discover the Capuchins.

In the spring we met groups of young priests and nuns who like butterflies with angelic faces greeted you as they went running back to their life of obedience, chastity and poverty, all of a sudden the noise of empty bottles discharged from the bins inside the truck garbage left during the revelry by night owls made you wince and realize that you could prepare to spend another night of fun.

The return was between Sant’Egidio and the Vicolo de Cedro, the Leopardo, where the doors open and dark with steep stairs came out cold drafts, Via Benedetta with clothes hanging between the halls, Santa Dorotea where the priest celebrating in open court was trying to capture of passage faithful, then he left the statue of Belli and passed under the arch of Porta Settimiana to take the Lungara for a return often difficult since we stopped to talk to one of the descendants of the De’Riari with family where they exchanged ceremonious compliments, with Cardinal Julian Herranz Casado right arm of Pope Benedict XVI° and his blessings, with the countess and her team as she called it, a number of Indians with responsibility for his life, or with Giuliano Gemma the little dog; our unstable steps on the dark stone furniture slabs that cover the sidewalks were interrupted by the demands of tourists with colored maps in hand … and when I looked up I knew that beneath those plane trees blowing in the wind there was that silent river where I was born which he has rocked and listened to me for thirty years, in front of me was visible right down at the bottom, so that arc millions of faithful have come, is and will be and that will lead them to the holy city, “the great beauty”.

 

La grande bellezza

Ho avuto la fortuna di vivere la zona di via della Lungara a Roma in maniera assidua quando mia madre decise di trasferircisi.

Abitava in Via De’ Riari, in un palazzo una volta scuderia della famiglia da cui la via prende il nome che ha sùbito una serie di trasformazioni sino ad assumere l’attuale conformazione a C composta da un chiostro che sopporta due piani sopra di sé ed un giardino centrale, un lato confina con l’Orto Botanico ed un semplice muro divide le due proprietà; oltre, l’Accademia dei Lincei.

Mi capitava di passare da lei in qualsiasi ora della settimana, ogni volta un’aria diversa una luce che ti faceva scorgere sempre cose nuove, incontrare persone diverse, chi rincasava, chi usciva, chi andava a lavoro, chi apriva o chiudeva bottega, spesso ci arrivavo camminando per appropriarmi di più di quella Roma vera, fatta di vicoli che ti guardano e ascoltano, di sanpietrini dissestati che non ti danno la possibilità di distrarti mentre cammini, di finestre e portoni chiusi da dove si sentono recitare preghiere, di locali in cui tra un bicchiere ed un altro si fa scorrere il tempo, del boato del cannone di mezzogiorno.

L’ora ed il giorno in cui preferivo raggiungerla era la domenica mattina presto, prima del caldo, passavo gli archi di Porta Castello, lasciavo sulla destra Via della Conciliazione con San Pietro, scendevo verso il carcere di Regina Coeli, sinistra verso Vicolo della Penitenza, il citofono, la portiera che mi apriva il pesante portone, la salita a piedi di quei scalini assottigliati senza fare rumore per non svegliare Anita Ekberg.

La passeggiata per il rituale del caffè delle 10.30 poteva avere due mete, Piazza Santa Maria in Trastevere o Piazza Farnese, dipendeva molto dalle condizioni metereologiche, con il bel tempo preferivamo oltrepassare ponte Sisto e guardare l’isola Tiberina che divide il fiume punzecchiato dai gabbiani e allisciato da qualche battello, spesso i turisti mi chiedevano di scattargli una foto in cui cercavo di dare il meglio per renderli ancora più felici, i venditori di strada ci salutavano amichevolmente e una volta guadato il fiume, accaldati ci infilavamo nei stretti vicoli bui e freschi dove l’estate tarda ad arrivare.

I negozi giudaici chiusi lasciano presagire il riposo dovuto dal culto della vendita e dell’affare,  da Via dei Pettinari girando per la stretta Via Capo di Ferro su di un angolo, incastonata in un edificio una colonna ionica e la targa dell’epoca papalina in marmo inciso che invita i romani a non sporcare le strade, poco più avanti Palazzo Spada, la via si ristringe divenendo più buia, è Vicolo dei Venti e all’improvviso una luce taglia in due una grande piazza con due fontane, Piazza Farnese.

Ci riposavamo seduti su quei sedili consumati dai nostri avi all’ombra dell’edificio iniziato da Sangallo e passato a Michelangelo, Vignola, della Porta, godendo del fresco venticello mattutino che invece d’inverno ti fa stringere il cappotto e guardavamo verso il bar “caffè farnese”  aspettando che la campana della casa delle suore di Santa Brigida ci scandisse il tempo per andare a consumare l’agognato caffè schiumato dove spesso si poteva vedere Fuksas o incontrare Luca Cordero di Montezemolo in bicicletta che presentai a mia madre fiera di suo figlio; alla cassa oramai non parlavo più, mentre pagavo l’anziano barista  con destrezza e memoria ci apparecchiava al solito angolo aspettando la mancia e i nostri complimenti che puntualmente non tardavano ad arrivare.

Uscendo rivolgevamo lo sguardo verso quella chiara facciata composta magistralmente da elementi architettonici che grazie a proporzioni auree hanno reso senza tempo un palazzo ed una piazza a mio avviso tra le più belle del mondo, una violoncellista iniziava a suonare con il sottofondo dello scorrere delle acque delle fontane provenienti dalle terme di Caracalla, i bambini giravano in tondo con le biciclette, i preti si avviavano a consumare la colazione dopo la celebrazione delle messe.

Con il brutto tempo si tirava diretti verso Santa Maria in Trastevere, al caffè di Marzio, dove ai pochi tavolini interni si consumavano i caffè con panna facendo conoscenza con gli abitanti del quartiere, artisti o pseudo artisti, donne anziane molto truccate dal passato incerto, famiglie di giovani coppie che abitavano in case di zona con affitti da pochi euro bloccati da anni e sfratti esecutivi mai ricevuti e attuati, interessanti conversazioni sulla AS Roma con il direttore, Fabio, che dava al locale un sapore di famigliarità ed al contempo di autorevolezza; con il passare delle mezz’ore i clienti cambiavano, gli abitanti lasciavano il posto ai forestieri, uomini attempati con giovani donne e turisti stranieri alla scoperta dei cappuccini.

Nelle primavere incontravamo gruppi di giovanissimi preti e suorine che come farfalle con facce angeliche ti salutavano mentre andavano di corsa verso la loro vita fatta di obbedienza, castità e povertà, ad un tratto il frastuono delle bottiglie vuote scaricate dai cassonetti all’interno del camion della nettezza urbana lasciate durante i bagordi dai nottambuli ti facevano sobbalzare e capire che ci si poteva preparare a passare un’altra notte di divertimento.

Il ritorno era tra Sant’Egidio e i Vicoli del Cedro, del Leopardo, dove dai portoni aperti e scuri con le scale ripide uscivano correnti fredde, Via Benedetta con i panni stesi tra i palazzetti, Santa Dorotea dove il prete celebrando a porte aperte tentava di catturare i fedeli di passaggio, poi si lasciava la statua del Belli e si passava sotto l’arco della Porta Settimiana per imboccare la Lungara per un ritorno spesso difficile dal momento che ci si fermava a parlare con uno dei discendenti della famiglia De’ Riari con cui si scambiavano cerimoniosi complimenti, con il Cardinale Julian Herranz Casado braccio destro di Papa Benedetto XVI° e le sue benedizioni, con la contessa e la sua squadra come lei la chiamava, una serie di indiani che provvedevano alla sua vita, o Giuliano Gemma con il cagnolino; i nostri passi instabili sui lastroni mobili di pietra scura che ricoprono i marciapiedi venivano interrotti dalle richieste dei turisti con le cartine colorate in mano…e quando guardavo in alto sapevo che sotto quei platani mossi dal vento c’era quel fiume silente in cui sono nato, che mi ha cullato e ascoltato per trent’anni, davanti a me si intravedeva giù giù in fondo, quell’arco per cui milioni di fedeli sono venuti, vengono e verranno e che li condurrà alla città Santa, “la grande bellezza”.

VIA TIBERINA (from Rome to the Third World)

The Via Tiberina was an ancient Roman road, from Rome, up the valley of the Tiber, crossed the Agro-falisco capenate, the Sabina and Umbria, heading Ocriculum.
During the fourth century BC, after the conquest of Veii, the Romans moved to the conquest of the Agro-falisco capenate.
To facilitate access to the territory, they built a road that ran along the river Tiber reusing existing routes.
Today, in the Province of Rome, its location coincides with the SP 15 / A Tiberina.
Originally, the Via Tiberina started from Ponte Sublicio and skirted the west bank of the Tiber.
After the construction of the Via Flaminia (223 or 220 a.c.), from Ponte Milvio and to Prima Porta (For gallinas albas), the path of the two roads was common.
So the Via Tiberina is peeling from the Flaminia just after the bridge over the Fosso di Prima Porta.
After skirting the Tiber on the western shore, he entered the territory capenate, reaching and crossing Lucus Feroniae.
After Ponzano Romano, he went beyond the Tiber (probably by ferry) and, later, it bordered on the east bank. Finally, he joined the Flaminia just south of Ocriculum.
Along the way, there were many villas, of which the most famous is the Villa Volusii of Saturn near Lucus Feroniae.

It is a beautiful sunny day for a late morning in June, the car runs between the curves and the branches of the trees on the roadside that seem to greet each pass.
I note with amazement that the speed limit is 50 km / h as in the city and therefore of reflection I am going to release the accelerator pedal sinking into an accurate view of the neighboring landscape made up of farms abandoned, restored farmhouses, fields, grazing animals.
A bus of ‘a.co.tra.l. It overtakes me at high speed forcing a cyclist on the side of the road and disappears around a bend, that say “and then it comes to road accidents” but behind that curve will begin to see every 50 meters on either side of the two lanes of chairs waiting for someone and then cars parked on the street empty.
Take a few seconds to understand what it is, out of the bushes I see women of all nationalities in a swimsuit and skimpy clothes winking bustling with hair and lipstick by garish colors, continuation and more I get, the more it becomes grotesque, men machine still facing the windows that interact peacefully and in kilometers to come I am faced with ethnic groups from remote continents hungry capitalism, free to show in any way, without any kind of control by the authorities and law enforcement .
I would too, when you spend staring at you in the eye without scruple, cyclists continue to zig zag careless as accustomed, arriving at the roundabout, I continue towards the shopping area of ​​Capena and everything returns to normal, the road becomes again a state of the province, They exceed the mall ARCA and after a few meters I check the right, a man dressed in black with a hat shaking a scoop intimandomi halt.
A patrol of Carabinieri after checking the identity and my nationality begins to control myself by cutting the insurance, the license plate, the libretto, the expiry of the license, the review deadline, the tire, the residence and after retiring for twenty minutes in their self service with all my documents, they come back and finally let me go; … That beautiful Italy … and then we wonder why things do not work here.

VIA TIBERINA (da Roma al terzo mondo)

La via Tiberina era un’antica strada romana, che da Roma, risalendo la valle del Tevere, attraversava l’Agro falisco-capenate, la Sabina e l’Umbria, puntando verso Ocriculum.
Nel corso del IV secolo a.C., dopo la conquista di Veio, i Romani si mossero alla conquista dell’Agro falisco-capenate.
Per agevolare l’accesso al territorio, essi realizzarono una strada che costeggiava il fiume Tevere riutilizzando percorsi preesistenti.
Oggi, in Provincia di Roma, il suo percorso coincide con la SP 15/A Tiberina.
In origine, la Via Tiberina partiva dal Ponte Sublicio e costeggiava la sponda occidentale del Tevere.
Dopo la realizzazione della Via Flaminia (223 o 220 a.C.), da Ponte Milvio e fino a Prima Porta (Ad gallinas albas), il percorso delle due strade era comune.
Quindi, la Via Tiberina si staccava dalla Flaminia subito dopo il ponte sul Fosso di Prima Porta.
Dopo aver costeggiato il Tevere sulla sponda occidentale, entrava nel territorio capenate, raggiungendo ed attraversando Lucus Feroniae.
Dopo Ponzano Romano, oltrepassava il Tevere (probabilmente mediante traghetto) e, in seguito, lo costeggiava sulla sponda orientale. Infine, si ricongiungeva alla Flaminia poco a sud di Ocriculum.
Lungo il suo percorso, sorgevano innumerevoli ville, delle quali la più celebre è la Villa dei Volusii Saturnini nei pressi di Lucus Feroniae.

È una bella giornata di sole di una tarda mattinata di giugno, la macchina scorre tra le curve e la fronde degli alberi a bordo strada che sembrano salutarmi ad ogni passaggio.
Noto con meraviglia che il limite di velocità è di 50 km/h come in città e quindi di riflesso mi appresto a rilasciare il pedale dell’acceleratore sprofondando in una visione accurata del paesaggio limitrofo composto da aziende agricole abbandonate, casali ristrutturati, campi coltivati, animali al pascolo.
Un autobus dell’ a.co.tra.l. mi sorpassa ad alta velocità costringendo un ciclista sul ciglio della strada e sparisce dietro una curva, che dire “e poi si parla di incidenti stradali” ma dietro quella curva si iniziano a vedere ogni 50 metri su entrambi i lati delle due corsie di marcia delle sedie in attesa di qualcuno e poi automobili parcheggiate lungo la strada vuote.
Bastano pochi secondi per comprendere di cosa si tratta, dai cespugli vedo uscire donne di ogni nazionalità in costume da bagno e abiti succinti che ammiccano agitandosi con capelli e rossetti dai vistosi colori, proseguo e più vado avanti e più la cosa diventa grottesca, uomini in macchina fermi affacciati dai finestrini che dialogano serenamente e nei chilometri a venire mi trovo di fronte a etnie provenienti da sperduti continenti affamati dal capitalismo, libere di mostrarsi in qualsiasi modo, prive di qualsiasi tipo di controllo da parte delle autorità e delle forze dell’ordine.
Mi sento di troppo, quando passi ti fissano negli occhi senza scrupolo, i ciclisti proseguono a zig zag non curanti come abituati, arrivo alla rotatoria, proseguo verso la zona commerciale di Capena e tutto ritorna nella normalità, la strada ridiventa una statale di provincia, supero il centro commerciale ARCA e dopo pochi metri vedo spuntare dalla destra un uomo vestito di scuro con un cappello che agita una paletta intimandomi l’alt.
Una pattuglia di Carabinieri dopo avere verificato le generalità e la mia nazionalità inizia a controllarmi il tagliando assicurativo, la targa, il libretto, la scadenza della patente, la scadenza della revisione, lo stato dei pneumatici, la residenza e dopo essersi ritirati per venti minuti nella loro auto di servizio con tutti i miei documenti, tornano e finalmente mi lasciano proseguire; …che bell’ Italia…e poi ancora ci chiediamo perché qui le cose non funzionano.

…AS CROCK POTS

While I wait I see them come walking quickly and tense face, get out slowly with face relaxed, they turn a corner one door closes, it’s better when you pass through a hallway or in a back that makes everyone understand where you withdraw from here famous old sign “retreat” replaced by the new “bathrooms” internationalized with “wc”.

If cold and inhospitable can ruin the stay, if there are dirty or narrow escape, when I want to put clean and spacious marbled, we like to stay there and also the exit and if you appreciate in the company if they recognize the quality design.

Who does not remember the bathrooms of the school in which they are consumed the strangest things, the funniest jokes, unexpected encounters with people or things, the surprises fascinating, the bold declarations, he asked for permission to go there when things were bad, we hid in the house when the air was heavy and moving forward with age have become places where we allow love and experimental oddities.

A place where we go back to the primordial and makes us civilized animals who have taught unlike such horses to use a container in which to lay our leftovers, those leftovers that others feel the smell and that our loved ones care for our health; our good depends on something so dirty and smelly that it seems also been extensive study by Freud, great artists have put it in a jar but all are ashamed.

And while keep waiting start to imagine those people who close the door behind them what they can do and have done, something bestial and the task of the designers I believe should just be to give the person who leaves the place time summarize a human attitude in order to enter again between the community, sometimes in offices confidence becomes such that we expect not only at the door but getting out there who adjusts his clothes when leaving the bathroom sometimes puts you in a hallway or in front of the door of an office.

So here we are at the planning dilemma: dressing areas and filtering to decompress or direct inputs?

It is said that in the 700 princely palaces of the bathroom consisted of a beautiful large frescoed room where during the holidays metal receptacles were overflowing onto the floor because of the use by many guests and attendants were assigned to the emptying of the same that was made directly from the windows.

Then our predecessors were concerned to resolve the problem before forcing infectious to equip each pot, drain into the sewer and then slowly make the room too warm and quiet.

I think the right approach to take is that of filtering zone isolated from an anteroom, where ever you can and where it is not it is hoped that the users have incoming and outgoing face as a “crock pot” because it is not transparent act that unites us to the beasts that we are.

…COME VASI DI COCCIO

Mentre aspetto li vedo entrare con passo rapido e faccia tesa, uscire lentamente con viso rilassato, girano un angolo si chiude una porta, quando va meglio si infilano in un corridoio o in un retro che fa capire a tutti dove ci si ritira da qui il famoso vecchio cartello “ritirata” sostituito dal nuovo “bagni” internazionalizzato con “wc”.

Se freddi e inospitali possono rovinare la permanenza, se sporchi o stretti ci fanno scappare, vuoi mettere quando sono ampi puliti e marmorizzati, ci fa piacere anche soggiornarvi ed all’uscita si apprezzano e se in compagnia se ne riconoscono le qualità progettuali.

Chi non ha ricordi dei bagni di scuola in cui si sono consumate le cose più strane, gli scherzi più divertenti, gli incontri inaspettati con persone o cose, le sorprese affascinanti, le audaci dichiarazioni, si chiedeva il permesso per andarci quando le cose si mettevano male, ci si nascondeva quando in casa l’aria si faceva pesante e andando avanti con l’età sono divenuti posti in cui ci si concedono stranezze amorose e sperimentali.

Un posto in cui torniamo alla primordialità e ci rende animali civilizzati a cui hanno insegnato a differenza ad esempio dei cavalli ad utilizzare un contenitore in cui deporre i nostri avanzi, quegli avanzi di cui gli altri sentono l’odore e di cui i nostri cari si preoccupano per la nostra salute; il nostro bene dipende da un qualcosa di così sporco e male odorante che sembra si stato ampio studio anche da parte di Freud, grandi artisti l’hanno messa in un barattolo ma tutti se ne vergognano.

E mentre continuo ad aspettare inizio ad immaginare quelle persone che si chiudono la porta alle spalle cosa possano fare ed avere fatto, qualcosa di bestiale e il compito dei progettisti a mio avviso dovrebbe proprio essere quello di dare alla persona che abbandona quel posto il tempo di riassumere un atteggiamento umano per potersi inserire di nuovo tra la comunità, a volte negli uffici la confidenza diventa tale che non solo ci aspettiamo davanti alla porta ma uscendo c’è chi si aggiusta i vestiti quando a volte l’uscita dal bagno ti proietta direttamente in un corridoio o di fronte la porta di un ufficio.

Quindi ecco che siamo arrivati al dilemma progettuale: antibagni e zone di filtraggio per decomprimere o ingressi diretti?

Si racconta che nei palazzi principeschi del 700 la sala da bagno era costituita da una bellissima grande stanza affrescata dove durante le feste i recipienti di metallo traboccavano sul pavimento a causa dell’utilizzo da parte dei molti ospiti e inservienti erano addetti allo svuotamento degli stessi che veniva effettuato direttamente dalle finestre.

Quindi i nostri predecessori si sono preoccupati di risolvere prima il problema infettivo obbligando di dotare ogni vaso, di scarico in fogna e poi piano piano di rendere la stanza anche accogliente e riservata.

Credo che il giusto indirizzo da seguire sia quello della zona di filtraggio isolata da un antibagno, sempre dove è possibile e dove non lo è si spera che i fruitori abbiano in entrata ed in uscita la faccia come un “vaso di coccio” perché non traspaia quell’atto che ci accomuna alle bestie che siamo.

Analisi del 2014

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2014 per questo blog.

Ecco un estratto:

Un “cable car” di San Francisco contiene 60 passeggeri. Questo blog è stato visto circa 610 volte nel 2014. Se fosse un cable car, ci vorrebbero circa 10 viaggi per trasportare altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.