Piazzale di Ponte Milvio a Roma, ieri ed oggi.

Sono nato cresciuto e vissuto a piazza Ponte Milvio dal 1969 al 1998.
Negli anni settanta, una vecchia bottiglieria che vendeva vino sciolto e tavoli con sedie in legno dove consumarlo, il bar dei cacciatori aperto dalle 4 del mattino, la trattoria con il fumo del camino, il ristorante di cucina romanesca condita da parolone e parolacce sotto le mie finestre ottocentesche con i vetri che distorcevano le figure che davano sulla piazza, le botteghe artigiane.
L’orologiaio, con il suo bancone ricoperto da orologi e meccanismi, la lampada fioca, la vetrata, a seguire, la pasticceria, il gommista, al piano terra della casa coloniale dove sino a fine ottocento avveniva il cambio dei cavalli ed al centro della facciata, sulla costruzione, indipendente e sovrano, il grande orologio circolare con la sua campanella che inesorabile segnava ogni ora del giorno dalle 6 sino alle 18.
Il forno che distribuiva pane e calore, il ponte con la torretta Valadier 1805 ed il tram che lo attraversava, in asse con la facciata della chiesa Gran Madre di Dio 1933, progettata da Cesare Bazzani e realizzata da Clemente Busiri Vici sullo stile neoclassico, ed il pescatore che vendeva le anguille, il mercato alimentare costituito da carretti in legno, e tendoni in tela appesi alla meno peggio; come dimenticare le alici sottosale dentro al bidone in metallo e le mosche che giravano attorno. Fioraio e grata checca ultimavano la decorazione e poi Lui il grande e biondo Tevere, con il suo brusio, il suo odore, i suoi straripamenti, le sue storie di partigiani e di traffico di armi come racconta Vasco Pratolini, i suoi suicidi, le nuotate e le remate.
In cima ad uno dei tre palazzi che delimitano la piazza, una sirena che dava l’allarme dei bombardamenti nel periodo della seconda guerra mondiale che per non dimenticare continuava a suonare tutti i giorni alle 12.
Tra il 1980 ed il 1990, il traffico veicolare aumenta in maniera smisurata, il ponte diviene soltanto pedonale, le botteghe spariscono sostituite da negozi, la bottiglieria ed il bar dei cacciatori lasciano il posto ad una banca, il mercato viene spostato lungo il fiume e realizzato con box metallici, la sirena delle 12 non suona più, meglio dimenticare…
L’altra sera, vado a trovare un vecchio amico di quartiere che caparbiamente, dopo aver fatto fortuna all’estero è tornato in Italia ed ha aperto un locale di vini, dove prima c’era proprio quel gommista che mi faceva attraversare la strada per la mano e dove si smontavano e sostituivano le gomme sotto il sole e la pioggia. Oggi ci sono tavoli, sedie, ragazzi e ragazze avvenenti, alla moda, che tra un bicchiere e l’altro parlano del futuro. Con il calare della notte, la piazza è gremita di gente di tutte le età, miriadi di lampadine che segnalano ritrovi, si accendono tutte intorno, le auto soffocano tra le persone, la polizia tenta di gestire qualcosa che non si può più controllare.
La mattina,… il deserto. Veicoli che passano distratti, persone che vanno a lavoro, qualche negozio aperto, ed i locali che a mezza serranda puliscono e preparano per la notte.
Come un terreno erratico, nel trascorrere dei trentacinque anni, le mode, le abitudini e i desideri degli esseri umani hanno trasformato inesorabilmente la piazza e come si racconta delle antiche civiltà la piazza è stata teatro di incontri, di scontri, di passioni, di scambi culturali, di appuntamenti, di quell’unione umana che ha egoisticamente sepolto il vecchio per il nuovo.

Annunci