…are the sixteen and fifteen,
I’m early , so I do two steps to get the appointment time in the Way that I beat him since I was teenager , on foot, by bike, by motorcicle , by car and where I did as guide to the friends who have come from outside the Eternal City.
Never before has this narrow street in the center gives me a sense of suffocation certainly due to anxiety appointment with a character who could give me the opportunity to work .
Part-time , push the button on the intercom that I was quickly reported by the secretary on the phone and the door opens with a voice that tells me the plan.
The entrance hall and the rail are similar to those of the building where I live but here at the Milvio Bridge finishes are more valuable , as my habit I climb the stairs slowly paying attention to the worn marble steps that unless they kneel in a well- trodden blink of an eye .
The important double doors that gently ring is solid wood with bosses and lintel , half me is opened by my potential employer that I suck with silence inside closing it behind me.
As I find myself still teaches education and impaled at the entrance waiting for please have a seat that is slow enough so that can turn our gaze to the ceiling of the big square room a little dark and with a quick overview carried out only with the eyes trying to hide the astonishment I realize I’m surrounded by books on all four sides , from the floor to the ceiling as in a library.
Coming from the next room lit by the cold winter light on please have a seat , so I find myself sitting on a couch , classically decorated walls, furniture , lamps, paintings, everything in the era including antique carpets and upholstery of that heavy red Pompeii discolored that had prevented me to look through the stained glass windows of the high before I sat down .
Start the interview working in friendly form , it talks about the film and the era in which he idea to set it , I are shown photographs taken with the scale of books in the great library , we talk about the economic contract and the only thing to which I think intensely is like looking out the window that I unfortunately behind.
The opportunity arises when you call to your desk phone and he is forced to go to another room, I get up and walk over to the old glasses imperfect, I look out and I read a marble plaque affixed to the front of the building in front of which tells the life led by Valadier in the house that he built and where he died and as I read I am reminded of the game that I was at home as a child while waiting for the return of my mother.
Looking out the nose attached to the first glass of the window just after the low sill , his eye was aiming for one of the bubbles of imperfection and moving his head this distorted everything that my eyes met , the game lasted until my grandfather indicated his arrival and also his figure distorted increasingly approached at home.
Apologizing absence , I take position and continue to talk about work but now the thought is another , those who have never lived before him in the house I’m talking about ?
The remaining ten minutes I pose the following questions: ” I ask or not ask ? I could embarrass him because maybe within those walls there is no history worthy of short stories ? It could be a personality greater than he , and then annoy ? ”
I pluck up courage after he called in asking production to prepare the contract and the response leaves me speechless.
Luchino Visconti lived in that house and in that room that he used it as a living room, received his friends and collaborators.
I worked for him about three years before quitting , I designed environments for three films one of which was nominated for the Donatello for Best Art Direction .
I did not return to the house , but that day , retraced Via del Babuino , thinking that , in fact, to breathe an air of culture as a source of artistic inspiration , a house like that can not merely contribute to the development of their own virtue and as a this museum will certainly and rightly handed down to some other great mind .

VALADIER E VISCONTI IN VIA DEL BABUINO A ROMA

…sono le sedici e quindici,
sono in anticipo, così faccio due passi per fare arrivare l’ora dell’appuntamento in quella Via che ho battuto da quando sono adolescente, a piedi, in motorino, in moto, in macchina e dove ho fatto da cicerone agli amici che sono venuti da fuori nella città eterna.
Mai come questa volta questa stretta strada del centro mi da un senso di soffocamento dovuto certamente all’ansia dell’appuntamento con un personaggio che mi potrebbe dare l’opportunità di lavorare.
Ad orario, spingo il pulsante del citofono che mi era stato segnalato rapidamente dalla segretaria al telefono ed il portone si apre con una voce che mi indica il piano.
L’androne e la ringhiera sono simili a quelle del palazzo in cui vivo a Ponte Milvio ma qui le rifiniture sono maggiormente di pregio, come mia abitudine salgo le scale lentamente facendo attenzione ai gradini in marmo consumati che se non ben calpestati fanno inginocchiare in un batter d’occhio.
L’ importante porta a due ante a cui scampanello delicatamente è in legno massiccio con bugne ed architrave, la metà mi viene aperta dal mio potenziale datore di lavoro che mi risucchia con religioso silenzio al suo interno chiudendola alle mie spalle.
Come educazione insegna mi ritrovo fermo ed impalato all’ingresso in attesa di un prego si accomodi che tarda quanto basta in modo tale possa rivolgere lo sguardo sino al soffitto di quella grande stanza quadrata un pochino buia e con una rapida panoramica effettata solo con gli occhi cercando di nascondere lo stupore mi accorgo di essere circondato di libri su tutti e quattro i lati, da terra sino al soffitto come in una biblioteca.
Arriva dalla stanza successiva illuminata da quella fredda luce invernale il prego si accomodi, così mi ritrovo seduto su un divano classico, le pareti decorate, mobili, lumi, quadri, tutto in epoca compresi gli antichi tappeti e la pesante tappezzeria di quel colore rosso Pompei scolorito che mi avevano impedito di guardare attraverso i vetri a piombo delle alte finestre prima di sedermi.
Inizia il colloquio lavorativo in forma amichevole, si parla del film e dell’epoca in cui ha idea di ambientarlo, mi vengono mostrate immagini fotografiche di libri presi con la scala nella grande biblioteca, si parla di contratto economico e l’unica cosa a cui penso intensamente è come fare a guardare fuori dalla finestra che mi è purtroppo alle spalle.
L’occasione si presenta quando viene chiamato al telefono fisso ed è costretto a recarsi in un’altra stanza, mi alzo e mi avvicino ai vecchi vetri imperfetti, guardo fuori e leggo una targa marmorea affissa sulla facciata dell’edificio di fronte che racconta la vita condotta dal Valadier in quella dimora che lui stesso costruì e dove morì e mentre leggo mi torna alla mente il gioco che facevo a casa da piccolo mentre aspettavo il rientro di mia madre.
Guardando fuori con il naso attaccato al primo vetro della finestra appena dopo il basso davanzale, con l’occhio puntavo una delle bolle di imperfezione e muovendo la testa questa distorceva tutto ciò che il mio sguardo incontrava, il gioco durava sino a quando mio nonno mi indicava il suo arrivo e anche la sua figura si distorceva sempre più si avvicinasse a casa.
Scusandosi dell’assenza, riprendo posizione e si continua a parlare di lavoro ma adesso il pensiero è un altro, chi avrà mai abitato prima di lui la casa in cui sto parlando?
I rimanenti dieci minuti mi pongo le seguenti domande: “lo chiedo o non lo chiedo? Potrei imbarazzarlo perché magari tra quelle mura non c’è storia degna di racconti? Potrebbe essere una personalità maggiore di lui e quindi indispettirlo?”
Mi faccio coraggio dopo che lui chiama in produzione chiedendo di prepararmi il contratto e la risposta mi lascia ammutolito.
In quella casa abitò Luchino Visconti ed in quella stanza che anche lui adibì a soggiorno, riceveva i suoi amici e collaboratori.
Lavorai per lui circa tre anni prima di licenziarmi, progettai gli ambienti per tre pellicole di cui una venne candidata al Donatello per la migliore scenografia.
Non tornai più in quella casa, ma quel giorno, ripercorsi Via del Babbuino, pensando che in effetti per respirare un’aria di cultura come fonte di ispirazione artistica, una casa come quella non può altro che contribuire allo sviluppo delle proprie virtù e come un museo questa verrà certamente e giustamente tramandata a qualche altra mente eccelsa.

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