I run into this beautiful park for nearly fifteen years,
the first few times I was afraid , even though it was day, the dense vegetation and many trees prevented light to pass , as happens in the woods, the lanes were neglected along with their curbs , benches and fountains were dry concrete and mosaic now abandoned to the elements that surely had consumed what little grace with which they were built in 1914 year of the inauguration of the place.
Texts historians trace the first settlement in 1550, was a plot of land on which to built a core of buildings for the reception of pilgrims , then in 1579 was converted into a residence for the first poor fools to pass then in 1914 as an asylum until 1999 years of the beginning of the transformation that is gradually completed the transfer of the last patients.
I remember the first day that I set foot inside the park I think some of our recent patients without families now older we wandered harmless and one in particular asked me a cigarette every time cross in front of his window even though I answered him that I did not smoke .
Many of the pavilions were abandoned to their fate , roofs collapsed in on themselves , plaster powder, metal windows still broken up into small glasses , fitted with rails and fencing, signs with the indication for elettroshock , the rooms decorated with majolica tiles light blue or white color , other windows were completely walled by armored shutters , everything was intact as in 1914 , also met litters with wooden wheels sunk into the ground.
In 2001, it chose as the location for settle a scene from the film ” il cuore altrove ” by Pupi Avati ,
I did visit the rooms of the buildings to be renovated .
I decided on a series of rooms that were in my case but in one of these there was a large marble at the center of a room laid on a monolith .
The ground marble was the size of a bed and three-quarters of the long side to the center , a through hole .
Who accompanied me said that he would easily moved , I asked him to do it and so they did.
Only years later I realized that this floor was a bed and the room was an operating room, the hole was used to drain fluids during and after surgery.
I can not imagine what could happen inside those walls .
Many of the older neighborhood built in the early sixties around the facility tell the screams coming from the inside of that ‘ ” artificial oasis ,” my mother told me that a lady of the square where we lived at the Ponte Milvio, who worked in the asylum , lingered for weeks on site since it was extremely poorly connected to the city and because of this would have created a second family joining clandestinely with a nurse .
For years, despite cleaning up the park and facilities the locals did not set foot and still struggling .
I am increasingly convinced that the homes built in the early sixties were purchased mainly by those who had direct dealings with the mental hospital and once closed were forced to take with them their loved ones , the operators and the operators in my opinion now sicker than patients themselves had come to be an integral part of the environment without realizing it.
Since then many things have changed, the city rail link has become an underground train , the pavilions have become accommodations , facilities for social, analytical laboratories , listening centers , centers for motor rehabilitation , municipal offices , but also centers for helping to death.
Unlike yesterday, today, it is understood that the thin line between life and death disease should be thinned to allow the man to get over it , and here while you’re jogging, a truck comes out from a lane with other cars in tow, you pass by , came out of the pavilion in which you help to deal with the last days of life with dignity and with the breath while you talk about what happened to you during the week or in the future and hopes, beyond a wall, behind a window , there are those who are preparing for the final passing and I hope that the looks that cross through those glasses blacks as we pass fleetingly , can help us to understand more and more one of the deepest mysteries , the why we were born.

Santa Maria della Pietà in Roma (ex manicomio della provincia)

Corro all’interno di questo bellissimo parco da oramai quindici anni,
le prime volte ero timoroso, nonostante fosse giorno la fitta vegetazione e i tanti alberi impedivano alla luce di passare, come accade in un bosco, i viottoli erano trascurati insieme ai i loro cordoli, le panchine e le fontane asciutte erano in cemento e mosaico oramai abbandonati alle intemperie che inesorabilmente avevano consumato anche quel poco di grazia con cui furono costruiti nel lontano 1914 anno di inaugurazione del posto.
Testi storici fanno risalire il primo insediamento al 1550, fu un appezzamento di terreno su cui realizzarono un nucleo di fabbricati per l’accoglienza dei pellegrini, poi nel 1579 fu trasformato in residenza per i primi poveri pazzi per passare poi nel 1914 come manicomio fino al 1999 anno di inizio della trasformazione in cui si completò gradualmente il trasferimento degli ultimi pazienti.
Ricordo che il primo giorno che misi piede all’interno del parco alcuni degli ultimi pazienti penso privi di famiglie oramai anziani ci vagavano innocui ed uno in particolare mi chiedeva una sigaretta ogni volta passassi di fronte alla sua finestra nonostante gli rispondessi che non fumavo.
Molti dei padiglioni erano abbandonati al loro destino, tetti collassati su loro stessi, intonaci polverizzati, le finestre ancora in metallo suddivise in piccoli vetri, munite di sbarre e reti, cartelli con l’indicazione per l’elettroshock, le stanze rifinite con maioliche dai colori celeste o bianco, altre finestre erano completamente murate da persiane blindate; tutto era rimasto intatto come nel 1914, si incontravano anche lettighe con le ruote in legno sprofondate nel terreno.
Nel 2001 lo scelsi come location per ambientarci una scena del film “il cuore altrove” di Pupi Avati, mi fecero visitare le stanze degli edifici ancora da ristrutturare.
Decisi per una serie di ambienti che facevano al mio caso ma in uno di questi c’era un grande piano in marmo al centro di una stanza poggiato su di un monolite.
Il piano marmoreo aveva le dimensioni di un letto ed a tre quarti del lato lungo al centro, un foro passante.
Chi mi accompagnò disse che lo avrebbe facilmente spostato, gli chiesi di farlo e così fecero.
Solamente anni dopo compresi che quel piano era un lettino e quella stanza era stata una sala operatoria, il foro passante serviva a far defluire i liquidi durante e dopo le operazioni chirurgiche.
Non oso immaginare quello che poteva accadere all’interno di quelle mura.
Molti anziani dell’attuale quartiere sorto nei primi anni sessanta intorno alla struttura raccontano le urla strazianti che provenivano dall’interno di quell’ “oasi artificiale”, mia madre raccontava che una signora del piazzale in cui abitavamo a Ponte Milvio che lavorava nel manicomio, si tratteneva per settimane sul posto dal momento che era estremamente male collegato con la città e proprio per questo avrebbe creato una seconda famiglia unendosi clandestinamente con un infermiere.
Per anni nonostante la bonifica del parco e delle strutture gli abitanti della zona non ci ha messo piede ed ancora oggi stentano.
Sono sempre più convinto che le abitazioni sorte nei primi anni sessanta furono acquistate prevalentemente da coloro che avevano rapporti diretti con il manicomio e una volta chiuso furono costretti a prendere con se i propri cari, gli operatori e le operatrici a mio avviso oramai più malati dei malati stessi erano entrati a fare parte integrante del contesto senza accorgersene.
Da allora molte cose sono cambiate, il treno di superficie di collegamento è divenuto un treno metropolitano, i padiglioni sono diventati strutture ricettive, strutture per il sociale, laboratori di analisi, centri di ascolto, centri per riabilitazioni motorie, uffici comunali, ma anche centri per l’aiuto alla morte.
A differenza di ieri, oggi si è compreso che la sottile linea di demarcazione tra vita malattia e morte deve essere assottigliata per permettere all’uomo di farsene una ragione, ed ecco che mentre fai footing, un autocarro sbuca da un viottolo con delle altre auto al seguito, ti passa accanto, è uscito dal padiglione in cui ti aiutano ad affrontare gli ultimi giorni di vita con dignità e mentre parli con il fiatone di ciò che ti è accaduto durante la settimana o del futuro e delle speranze, al di là di una parete, dietro ad una finestra, c’è chi si sta preparando al trapasso finale e mi auguro che gli sguardi che si incrociano attraverso quei vetri neri mentre passiamo fugacemente, possano contribuire a farci comprendere sempre di più uno dei misteri più profondi, il motivo per cui siamo nati.

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